GRANDI MAESTRI / Balthus: figlio di molti secoli, pittore senza tempo

GRANDI MAESTRI / Balthus: figlio di molti secoli, pittore senza tempo

Immagine

Autoritratto, 1940

Scrivere un articolo su un pittore come Balthazar Michel Klossowski de Rola, meglio noto come Balthus, è impresa abbastanza difficile, dal momento che di lui si può dire tutto e niente. Balthus non amava paralre di sé, non amava le interviste, né essere fotografato. Preferiva vivere lontano dalla critica, lontano dalla stampa, lontano dal mondo, lontano da tutti. Balthus era un uomo solitario, schivo, come solitari e schivi sanno essere i gatti, gli animali che lui ha molto amato.

Balthus era un uomo che amava vivere fuori dal tempo, fuori dalla storia: era un uomo che viveva di solo sogno. Il pittore così scriverà nel 2000, un anno prima di morire: «L’atelier è il luogo del lavoro, e anche della fatica. Il luogo del mestiere. Nella mia attività è essenziale. È lì che mi raccolgo, come in un luogo di illuminazione. […] bisognerebbe dire ai pittori di oggi che tutto si gioca nell’atelier. Nella lentezza del suo tempo. Amo le ore trascorse a guardare la tela, a meditare davanti a essa. A contemplarla. Ore incomparabili nel loro silenzio. D’inverno, la grossa stufa borbotta. Rumori familiari dell’atelier. I pigmenti mescolati da Setsuko, lo strofinio del pennello sulla tela, tutto viene riassorbito dal silenzio: prepara all’entrata delle forme sulla tela nel loro segreto, alle modifiche spesso appena abbozzate che fanno fluttuare il soggetto del quadro verso qualcos’altro di illimitato, di sconosciuto». Balthus non apparteneva al XX secolo, non voleva appartenere al suo tempo. «Io sono figlio di molti secoli. Non di questo. Non ho niente a che fare con questo secolo. Sono fuori. Sono di un altro mondo», dichiarerà in un’intervista. E infatti Balthazar viveva come un uomo del Medioevo, un uomo del XII secolo. «Non appartengo a quest’epoca. Mi rifiuto di appartenerle. Credo che la mia visione del mondo sia quella del XII secolo».

Viveva appartato nei suoi castelli, nelle sue ville, esattamente come un monaco nel suo monastero. Ma amava la vita, la bellezza, le donne, la solitudine, vivendo tra lusso, calma e voluttà. Ha abitato nel “Grand Chalet” a Rossinère, cantone del Vaud sopra Montreux; ha abitato a Villa Medici a Roma; ha abitato a Ginevra, a Berna, a Parigi; ha viaggiato tantissimo, e alle volte in compagnia dell’amatissimo Rainer Maria Rilke, amico della madre.

Scrive Giorgio Soavi: «Balthus sta nella storia dell’arte per conto suo. Così com’è vissuto. In posti famosi come Parigi, Roma; o diventati più famosi quando ha deciso di viverci, come Chassy nel Morvan, come Monte Calvello, o come Rossinère, poco prima di Gataad, dove ha abitato in palazzi, castelli, o in grandi chalet, come se l’unico abitante sulla terra fosse lui. La sua avventura terrena è stata tutta speciale. Niente che gli somigli può essergli accostato perché la petite bande della quale Balthus fa parte ha sempre avuto un primo attore: lui stesso».

Balthazar Klossowski de Rola è, nella vita così come nella storia dell’arte, uno stilita. Troppo distinto, troppo originale, troppo intellettuale, tanto da non poter essere in nessun modo inserito in nessuna delle correnti artistiche novecentesche. Ha sfiorato il surrealismo, quello descritto e teorizzato dall’amico Antonin Artaud, ma si è sentito sempre molto vicino a Piero della Francesca, a Masaccio, cioè ai pittori del Quattrocento italiano. Infatti nelle sue tele riconosciamo la stessa luce, la stessa geometria, la stessa sospensione temporale che ritroviamo, sovente, nelle opere dei grandi maestri italiani del Rinascimento. Troppo forte è stato l’influsso di Piero della Francesca in Balthazar, e ciò lo dimostra un quadro come La Rue (La strada) del 1933, oggi conservato a New York al Museum of Modern Art; o un quadro come Les Enfants Blanchard (1937), o La Chambre (1947-1948), o La Partie de cartes (1948-1950). Stessa luce, stessa atmosfera, stessa sacralità, stessa costruzione spaziale di Piero della Francesca.  Nei quadri di Balthus si avverte una calma assoluta, una estrema fissità; e non accade mai niente, perché il tempo è assente.

In un’opera come La Chambre del 1952-1954 vediamo una ragazza nuda distesa su un lettino che ricorda quello degli psicanalisti, immersa nel sonno o addirittura nella morte; sulla destra, una figura femminile solleva la tenda di una finestra per fare entrare nella stanza la luce del giorno; in secondo piano, un tavolo su cui, nella penombra, siede un gatto misterioso. Quel gatto è Balthus stesso.

Pierre Klossowski, fratello di Balthazar, descrive questo quadro in questi termini: «La luce del giorno bagna la vittima distesa, abbandonata su una poltrona; che si tratti dell’orgasmo conseguente a una violenza? O forse nulla è accaduto. Il quadro sembra collocarsi su quel limite dove il ‘non accaduto’ e l’‘irripetibile’ si reggono in perfetto equilibrio. Il gesto deciso del personaggio che solleva la tenda fissa in una sorta di infinita reiterazione il delitto di cui il gatto sul tavolo è stato l’unico testimone: l’animale (che appartiene  alla stessa stirpe del nano in gonna) segue con aria vagamente esterrefatta il gesto con cui la comparsa illumina la scena. Quali saranno le conseguenze del suo gesto rivelatore se non un magnifico quadro?». Il quadro non ha un vero significato, non ha un senso. Tutto ha un non so che di onirico. Ed è anche per questo che su Balthus si può scrivere tanto ma anche nulla.

Michele Lasala

LA MOSTRA – E’ aperta fino al 12 gennaio 2014 al Metropolitan Museum  of Art di  New York una mostra dedicata a Balthus dal titolo Balthus. Cats and girls. Paintings and Provocations.  L’esposizione raduna opere del periodo compreso tra 1935 e il 1955 raffiguranti gatti e giovani ragazze. Per ulteriori approfondimenti, rimandiamo al sito della mostra: http://www.metmuseum.org/exhibitions/listings/2013/balthus

Balthus-the-room

La Chambre, 1952-1954, collezione privata

La Rue (La strada), 1933, New York, Museum of Modern Art;

La Rue (La strada), 1933, New York, Museum of Modern Art;

The golden years, 1845, Washington, Hirshhorn Museum and Sculpture Garden

The golden years, 1845, Washington, Hirshhorn Museum and Sculpture Garden

Les Enfants Blanchard, 1937, Parigi, Musée Picasso

Les Enfants Blanchard, 1937, Parigi, Musée Picasso

La Partie de cartes, 1948-1950, Thyssen-Bornemisza Collection

La Partie de cartes, 1948-1950, Thyssen-Bornemisza Collection

biografia

Dalla nascita e le prime esperienze

Balthasar Klossowski de Rola nacque nel 1908 in una Parigi nel pieno della sua effervescenza artistica. E’ di origine polacca la sua famiglia vive a Parigi a partire dal 1903 nel quartiere di Montparnasse, sin da piccolo è attorniato dagli artisti e intellettuali più colti dell’Europa di quel tempo. Infatti la sua pittura che non ha né eguali né simili nello scorso secolo sembra essere proiettata con lo stile nel passato, ma con tutti i temi, le nevrosi e le morbosità del Novecento. L’infanzia durante la guerra e le peregrinazioni hanno dato a Balthus il metro dell’ecumenismo, che credo abbiano tutti coloro hanno avuto una vita tesa al vagabondaggio o alla fuga. I primi quadri esposti in questa curatissima mostra di Palazzo Grassi, mostrano uno studio pittorico dei colori e della luce basati su due fra i più grandi pittori del Quattro Cinquecento fiorentino. Masaccio e Piero della Francesca. Chi più di loro ha avuto nella pittura il “potere di Prometeo” nell’età del passaggio? Nel loro caso tra età gotica ed età rinascimentale: di Masaccio, Balthus, studia la “vita di Pietro” della famosa Cappella Brancacci nella chiesa degli Scalzi a Firenze (da vedere: l’importanza è pari alla Cappella Sistina, senza l’una non ci sarebbe stata l’altra!), nel 1926 infatti dipinge: “San Pietro distribuisce le elemosine e la morte di Anania”, con uno studio di colori molto più cupi e affumicati dell’originale dal quale l’aveva tratto…

Evoluzione stilistica

…Dopo varie traversie, Balthus, decide di iniziare a dipingere senza avere però trovato alcuna conferma sociale alla sua quantomeno originale forma d’arte. Il 1933 è un anno prodigo di capolavori infatti dipinge “La rue” (la strada) quadro che lo renderà famoso a Parigi dove nel frattempo era tornato a vivere, sempre nel ’33 dipinge altri quadri di bellezza disarmante e inquietudine palpabile: “Alice nello specchio” rimembrando molto liberamente il capolavoro di Lewis Carroll e “La toilette de Cathy” tratto altrettanto liberamente da “Cime tempestose” romanzo di Emily Brontë, lo colpì a tal punto che decise di illustrarne svariati episodi, i colori di questo periodo sono su tonalità neutre o marce; beige, marrone, ocra, rosso di cadmio, arancione; colori caldi ma in penombra, offuscati da qualcosa di impercettibile d’acchito ma che rimandano ad atmosfere degne di Caravaggio e di De la Tour, che Balthus frequentatore imperterrito del Louvre conosceva a menadito e aveva la possibilità di consultare e assorbire, in questo senso il quadro “La partie de cartes” (La partita a carte, 1940. Madrid, Museo Thyssen Bonermisza) sembra compendiare tutto quello ho appena scritto, in più la morbosità dei riferimenti sessuali riguardo a due bambini che giocano alle carte, ad esempio con una candela spenta sopra il tavolo. La faccia maliziosa della bimba che fissa quella sfuggente del ragazzo a fronte, il quale sta barando, tenendo nascosta una carta dietro la schiena. Il tutto risaltato con giochi di luce che accentuano la tensione erotica del riferimento, trasfigurando una partita a carte in un gioco sessuale malcelato, comunque. Le carte e lo specchio, come i gatti, saranno delle costanti nella sua pittura del secondo dopoguerra, in quadri sempre più spettrali eppure caldi, dove i riferimenti non sono mai così espliciti e gli avvenimenti domestici non sono altro che evocazioni dei passaggi salienti e decisivi della vita, dal piacere alla sofferenza. Un compendio dell’umano che si manifesta in corpi impuberi che (in)volontariamente mettono in atto strategie di seduzione solo atteggiandosi ad adulte svampite e un po’ pigre. Quanto fascino può avere una ragazza pigra? Cosa evoca? Trasgressione credo, ma quella autentica, non costruita ad hoc per colpire l’altrui sensibilità, troppo facile, qui viene messa in discussione solo in chi vuole penetrare con occhi di adulto normali atteggiamenti di fanciulla che altrimenti o considereremo insulsi o non degni di nota, assolutamente antiestetici e non erotici. Ma i titoli dei quadri sembrano dare una chiave di lettura che comunque, ad una attenta visione del quadro, arriva ad essere sempre più improbabile e confusionaria….

la maturita’

…Eh sì, sembra che Balthus non volesse dire niente di più di ciò che lo spettatore vedeva, in un secolo dove la comunicazione o è spinta ed esplicita o non è, egli si prese il lusso di dire: no, dico se voglio, dico se gli altri sono in grado di intelligere. E non è poco, visto che l’artista, è morto nel marzo di quest’anno ultra mediatico. Nel 1952 – 1954, Balthus porta a termine due dei suoi quadri che io preferisco, “La Chambre” (la camera) e “Passage du Commerce-Saint-André” quadri di intensità assoluta dove l’enigma che “non si scioglierà mai” è il senso di un’inquietudine misto all’imbarazzo e al voyeurismo dello spettatore. Queste tre sensazioni mi danno la misura delle emozioni provate nella visione de “La camera” dove la ragazza nuda che giace su una poltrona ottomana è svelata dalla luce che le scolpisce le forme, luce che proviene improvvisa dalla grande finestra postale dinanzi, svelata dalla tenda quasi strappata da una nana dal volto semi coperto dal proprio braccio che comunque lascia intravedere le sopracciglia aggrottate. Che cosa è successo? Che ha svelato la nana tirando la tenda? Si tratta di orgasmo voluttuoso o di dolore in seguito ad una violenza. Il “limine” è sottile si può pensare al dolore e al piacere al medesimo istante. Un gatto dal musetto diabolico osserva immobile quella scena dinamica, il corpo formoso ma inerte della ragazza nuda si lascia illuminare. Il nerbo della nana ne indica l’energico movimento… Il “passage du Commerce-Saint-André” come ho già sottolineato fu dipinto contemporaneamente a “La chambre”, qui i numerosi personaggi si incontrano senza notarsi, la sensazione è quella de “La rue”, il crepuscolo di un passato recente che la guerra ha definitivamente spazzato via nel silenzio da dove comunque provenirono. Un silenzio che lascia atterriti e attoniti, come il volto di una ragazzina in primo piano che ha nella sua espressione torva il senso della fine. Ci si ritrova come uno specchio, dinanzi a vascelli fantasma umani vaganti per l’incrocio dove nessuno come ne “La rue” ha intenzione di relazionarsi all’altro, forse perché già morti in realtà, e in nome di questa fedeltà Balthus non poteva fare altrimenti, rappresentarli come esseri catatonici. Balthus si trasferisce a Roma per molti anni della sua vita ma poco prima di morire torna in Svizzera, comunque mantiene legami con l’Italia comprandosi un castello nel viterbese a Monte Calvello, di questo periodo la mostra conserva delle vedute e molti disegni da spolvero, schizzi e ritratti a matita degni di nota e forse preparatori di altri e nuovi quadri. La mostra descrive in maniera cronologica la vita di un pittore che forse non ha mai avuto rinnovamenti così eclatanti ma che pur essendo contemporaneo noi poteva benissimo non esserlo. Cosa che lo eleva sul tempo eternizzandone già l’opera. Il tempo infatti nella sua arte sembra non avere senso si vede nella sua pittura una maturità che ne descrive l’animo senza mai lanciare “messaggi”. Cosa che avrebbe legato fin troppo la sua arte alla contemporaneità, cosa che rende più vetusta la frenesia di altri pittori d’avanguardia che hanno appena vent’anni di carriera e non se li fila più nessuno perché ormai stucchevoli. I quadri di Balthus hanno la possibilità di narrare a tutti in qualsiasi quadro anche adesso, la sua intelligenza è stata quella di non fermarsi alla forma delle cose, ma darne vita (o morte) e pneuma, afflato vitale creaturale. I colori forse rimandano troppo al periodo caratterizzante degli anni Trenta in cui un altro grande pittore italiano (purtroppo fascista) si distingue ed è Mario Sironi ancora troppo sottovalutato, per conto mio. La mostra è a Palazzo Grassi a Venezia ed è aperta fino al 6 gennaio 2002. Accorrete, sarà una mostra della quale si parlerà ancora per molto la consiglio a chi studia arte, e a chi studia filosofia o storia contemporanea. Ma soprattutto a chi prova delle emozioni dinanzi all’arte senza motivazioni di sorta, studio o altro alibi. Buona Visita.

[http://www.balthus.it]